Mario Labò è uno spirito moderno preparatosi nell'eleganza, uomo dall'esemplare senso civico, sobrio e severo, di aspra, a volte, onestà, e dall'ingegno aperto ma selettivo, malinconico eppure lungimirante. Accademico ligustico ed anche energico sperimentatore, alle riunioni del Miar e del Gruppo 7, e sulle pagine di Casabella, ha agito da architetto militante per diffondere gli ideali riducenti dello scarno verbo razionalista. 
Storico dell'Architettura, Urbanista e progettista, e misurato restauratore dei centri storici, Labò ha messo al servizio dell'Arte i suoi variati talenti, fondendo rigore estetico e rigore morale: ha esercitato il giudizio e la rinuncia, ha coltivato con sapienza la ricerca storica, ed ha partecipato, fra i protagonisti, alla cultura della "utopia concreta" di Adriano Olivetti. Socio attivo di molte associazioni di cultura, assessore alle Belle Arti, presidente dell'Ordine degli Architetti, costante e profondo collaboratore di molte riviste, membro influente di giurie e di commissioni urbanistiche, Labò ha portato nella cultura architettonica italiana alcuni fondamenti anglosassoni: Sir Nikolaus Pevsner, Siegfried Giedion, Lewis Mumford. La storia dell'architettura di Labò è storia delle idee e delle forme di queste idee, attesa e sorpresa, partecipata commozione, trasmissione attenta, e continua ricerca appassionata di 'cose belle'. Forbito conferenziere e austero funzionario, niente affatto incline ai compromessi, con "nobile solennità, vagamente neoclassicista", secondo il ritratto di Giulia Veronesi, si batteva, caustico nei giudizi, contro la cultura finta dei 'ciarlatani', gli "insolenti oltraggi al buon gusto", e contro le "dolci fantasie" che nascondono "errori di fatto". Nella sua mente composita albergava l'analogia fra una lastra di Linoleum ed un arazzo ricamato di seta: idealismo spiritualista e pragmatismo positivista si fondono nella cultura di Labò, che è stato testimone ed interprete di grandi mutazioni. La città, diceva, "grande officina collettiva e multiforme, deve pensare alla vita dell'uomo, ai suoi nervi". Il suo ideale umano, quindi, "era l'ideale del cittadino", uomo nuovo ma rispettoso delle "stigmate d'epoca", a suo agio ad un congresso di urbanisti come in una libreria antiquaria: il suo sguardo intelligente e onesto univa la città moderna alla città storica.Mario Labò, disse Giulio Carlo Argan, è "moderno per la persuasa coscienza della continuità della storia, e non per la mitomania della civiltà meccanica".Per la sua "tensione costruttiva" pari in lui alla "fertilissima inventiva" merita, come ha scritto Edoardo Persico, "un posto a parte fra coloro che hanno preparato con maggiore intelligenza l'affermazione delle forme nuove".

Guglielmo Bilancioni

 

 

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